In occasione della IX Giornata Mondiale dei Poveri 2025, Papa Leone ha condiviso un messaggio intitolato “Abbi cura di lui” (Lc 10,35).
Il Santo Padre invita tutti a superare l’indifferenza e la fretta, seguendo l’esempio del Buon Samaritano. Un richiamo forte a “farsi prossimo” e a prendersi cura attivamente di chi è nel bisogno, riconoscendo che la povertà non è una fatalità, ma una conseguenza dell’egoismo.
Per chi volesse approfondire, il testo completo del messaggio è disponibile qui.

Perché questa Giornata ci tocca così da vicino?
Questa iniziativa, che il Papa ripropone ogni anno, non è un semplice invito alla beneficenza. È un richiamo potente che ci costringe a chiederci: “Ma io, da cristiano, che ci sto a fare?”.
Il titolo scelto, “Abbi cura di lui”, viene dalla parabola del Buon Samaritano. È una storia che conosciamo tutti, ma che resta profondamente scomoda. Ci insegna che essere religiosi (come il sacerdote e il levita, che “passarono oltre”) non serve a nulla se poi non ci fermiamo a soccorrere chi è ferito sul ciglio della strada.
Lo spirito cristiano non è solo “non fare il male”. È soprattutto “fare attivamente il bene”. È avere il coraggio di “farsi prossimo”, di deviare dalla nostra strada, sporcarci le mani e perdere tempo per qualcuno.
C’è un motivo ancora più profondo, che è il vero cuore del Vangelo. Per un cristiano, quella persona povera, sola o ferita non è solo uno sconosciuto: è il luogo dove incontriamo Cristo stesso. È la famosa frase del Vangelo di Matteo: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
“Avere cura” di chi è nel bisogno, quindi, non è un optional per sentirsi buoni. È il modo più concreto e reale che abbiamo per vivere la nostra fede ogni giorno.
Infine, il Papa ci dà un’altra “sveglia”: ci ricorda che la povertà spesso non è una sfortuna caduta dal cielo, ma è il risultato del nostro egoismo, della nostra indifferenza, della nostra fretta. Per questo il messaggio è così forte: non ci chiede solo di dare una moneta (che è importante), ma ci spinge a chiederci perché quella persona è povera e a combattere l’indifferenza che ci fa “passare oltre”.
